Monte Scuderi visto da Alì

di

Santino Fiumara

I monti da sempre sono guardati con timore e rispetto, molti fatti narrati nella Bibbia sono ambientati su di essi, pensiamo al Sinai, nel Libro dell’Esodo o alla trasfigurazione di Cristo, sul monte Tabor. Tralasciando i libri sacri, sono tante le storie mitologiche ambientate sui monti, dall’Olimpo, che secondo la mitologia greca ospitava le dimore degli dei, al più nostrano monte Scuderi: cima più alta dei Monti Peloritani 1253 metri; esso domina il mar Jonio elevandosi su Alì, Itala e Fiumedinisi. La vetta è pressoché pianeggiante e forma una sorta di grande terrazza naturale. Dalla cima, condizioni meteo permettendo, si assiste ad uno scenario mozzafiato che va dall’Etna fino ad arrivare a capo Peloro, estremità nord della Sicilia; dalla vetta si può inoltre scorgere parte della riviera tirrenica della provincia di Messina con le isole Eolie.

Il mito di questa cima dei Peloritani racconta di una “trovatura”, un tesoro nascosto nelle sue viscere che può essere “conquistato” solo a determinate condizioni e dopo svariate peripezie. Il tesoro si compone di tre cumuli, uno d’oro, uno d’argento e uno di rame. A rendere più fantasioso il tutto  anche la presenza di una chioccia e ventuno pulcini d’oro che corrono qua e là, pigolano e saltellano, come se fossero normali, tanto da rendere impossibile la cattura a chiunque vi si dovesse cimentare. Vi sono alcune prescrizioni che, secondo quanto è stato tramandato, consentirebbe l’accesso a quello che potrebbe essere definito un “forziere naturale” ed il superamento degli ostacoli che si frapporrebbero. Del gruppo di avventurieri che si volessero prodigare alla insolita spedizione dovrebbero far parte un sacerdote e una fanciulla casta e pura. In una notte di luna essi devono filare, torcere, biancheggiare il filo e tessere la tela necessaria per fare un tovagliolo; nella stessa notte si devono pescare, nello specchio di mare davanti al monte, dei pesci da portare velocemente sulla vetta in modo che vi giungano ancora vivi. Appena arrivati lassù i pesci devono essere cotti sul fuoco e mangiati sul tovagliolo appena tessuto. Tutte queste operazioni si devono compiere prima che il sole sorga dai monti calabri. Una volta terminata la colazione si accede nell’antro, in fondo al quale si incappa davanti a un grande serpente che avvolge tutti i cercatori, uno dopo l’altro, leccando loro il viso. Guai a manifestare il minimo segno di paura, né a provare ribrezzo, né tantomeno ad invocare, anche mentalmente, divinità o santi, poiché basta mostrare timore o avere una minima esitazione per annullare tutte le fatiche fatte e ritrovarsi scagliati nelle più lontane località. Superata questa prova è il momento di affrontare una giovane principessa, figlia del sovrano che abitava sul monte. La bella custode dell’immenso tesoro, in virtù di un incantesimo fu costretta a vegliare su di esso per l’eternità. A questo punto entra in scena il sacerdote che dovrà provvedere, leggendo speciali liturgie, a rompere l’incantesimo. Subito dopo, se le formule lette saranno quelle adatte, i cercatori avranno la possibilità di vedere i mucchi del tesoro, ma c’è ancora un altro ostacolo da superare: l’attraversamento di un grande lago; impresa questa quasi impossibile. Così, servono altri riti prima di poter trovare un’imbarcazione adatta, su cui però potrà salire una sola persona alla volta. Frattanto il monte tremerà, il fondo della grotta si tingerà di rosso e il lago sarà percorso da imponenti flutti. Superata anche questa prova, una volta raggiunta l’altra sponda del lago, verranno assaliti da un cavallo possente e furioso, che cercherà di impedire loro di accostarsi al tesoro. Sembra che questa sia la prova più difficile perché bisogna contare “13 volte 13″ rimanendo uniti senza farsi prendere dallo sconforto. Solo allora la bella principessa sarà libera dall’incantesimo e il fondo della grotta si aprirà dando la possibilità ai cercatori di raggiungere il tesoro.

Ad Alì si narra che alcuni abitanti, forse qualche secolo fa, in compagnia di un prete chiamato Rau, si recarono sul Monte Scuderi speranzosi di diventare ricchi. Superate tutte le prove, mentre si credevano ormai certi di entrare in possesso del tesoro, così come vuole la leggenda, un enorme cavallo si avvicinò furioso dal fondo della caverna tirando calci in ogni direzione. I poveri cercatori di Alì impallidirono dallo spavento. Tutti resistettero, tranne uno più debole, che invocò sconvolto l’aiuto della Madonna. Fu a questo punto che una forza invisibile, misteriosa, potente, li gettò tutti fuori dalla Grotta, e li lanciò lontano, chi sulle coste della Calabria, chi sulla cima dell’Etna. Da allora nessuno mai più si è spinto alla ricerca della trovatura di monte Scuderi, che conserva tutt’oggi il suo fascino.